visitato *loading* volte
Pare che girare gli interni del film tratto dal romanzo “Il Codice da Vinci” stia diventando un problema serio.
Prima hanno opposto un netto rifiuto alla richiesta di autorizzazione delle riprese le autorità dell’abbazia di Westminster, poi quelle della chiesa di Saint Sulpice a Parigi.
Motivazione: sono pericolose e non accettabili le suggestioni del contenuto del romanzo di Dan Brown.
Ora, affermare la pericolosità della suggestione di un libro nel XXI secolo è già di per sè sconcertante: sembra riportarci indietro di almeno quattrocento anni quando i libri messi all’indice dal Sant'Ufizio venivano pubblicamente bruciati sui sagrati delle chiese.
Talvolta insieme con i loro stessi autori.
Ma se poi si pensa che a tuonare contro le suggestioni é la stessa chiesa che della morte e dei funerali di un papa ha fatto l’evento mediatico del secolo, che ha tollerato ed anzi sollecitato la sfilata davanti al feretro di turbe isteriche munite non di rosario ma di videotelefono, che della suggestione naturale e indotta dell’intero evento ha fatto un’operazione di marketing senza precedenti e che tale operazione continua a sfruttare sollecitando spudoratamente ai fedeli (e non) l’invio di testimonianze sui miracoli che tale papa avrebbe già compiuto o starebbe per compiere, ebbene lo sconcerto rischia di trasformarsi in sgomento.
Verrebbe da dire “non c’è più….religione”.
“Tutto a posto, signori?”
“Tutto a posto”
Così, offrendoci il limoncello di rito, il cameriere ci saluta e ci invita gentilmente a sgomberare, chè i tavoli devono essere preparati per un rinfresco del pomeriggio e qui non s’ha tempo da perdere.
Anche stavolta tutto è cominciato qualche ora prima lasciando Firenze, trasformata per l’occasione in un centro benessere per mutuati dell’INPS: temperatura 40°, umidità 98%.
Per evitare sorprese abbiamo lasciato a casa Katiusha e siamo arrivati qui seguendo le indicazioni di quello stordito del mio cognato. “Appena fuori l’abitato di Londa, due alberi secchi ai lati del cancello, non potete sbagliare. Ci arrivate in un baleno”.
Un baleno una sega.
Quando l’abitato è già stato superato di undici chilometri e siamo in viaggio già da un ora cominciamo a esser presi da un leggero senso di inquietudine: alberi secchi non se ne vedono, in compenso siamo in mezzo a un bosco dal quale non si capisce come uscire.
Comincio a rimpiangere Katiusha (“Se ci perdevamo, almeno lei un ristorantino familiare a prezzi modici ce lo poteva sempre indicare lì per lì”, penso).
Finalmente dopo una curva, ecco apparire sulla destra gli alberi secchi e il ristorante: un sospiro di sollievo.
Famiglie bivaccanti sul prato, bambini che sbucano a far casino da dietro ogni albero, atmosfera da sagra di paese.
Niente camerieri in smoking. Ed è già una bella soddisfazione.
Ci sediamo in un bel tavolo sotto una tenda, l’aria è fresca, gli odori che provengono dalla cucina invitanti: niente nouvelle cousine, ma odori nostrani di funghi e bistecche che aprono il cuore. E non solo.
Al tavolo a fianco, una famigliola di trentasette persone festeggia il compleanno della sora Graziana che, commossa, apre i regali di figli e nipoti, ogni volta accompagnando l’apertura dell’involucro con un prolungato “ohhhhhhhhh” di finta meraviglia ma di sincera approvazione. Ogni pacchetto una diversa intonazione di ohhhhhhhhh, così tutti si sentono singolarmente e individualmente apprezzati.
Qui, dalla cucina ai complimenti, nulla è globalizzato.
Il pranzo è di quelli coi fiocchi, tris di primi a scialo, filetto con cappelle di funghi che paiono ombrelli, funghi fritti a go go, vin bianco frizzantino e via col dolce ,caffè e….rutto libero.
Col conto però sono nuovamente sfigato: stavolta che l’intero pranzo per sette costa come due antipastini serviti con i salamelecchi del maitre Dal Pescatore, paga mia suocera.
Poi siesta sui prati. La Viscontessa si sdraia all’ombra di un pino immergendosi nel vano tentativo di soluzione dell’ultimo gioco alla moda; quello dal nome che sembra una parola sconcia giapponese del quale parlano giornali e TV (ultimo servizio visto proprio sabato sul Tg di Rete 4): il Sudoko.
Non ci capisce una mazza, ovviamente, ma fa tanto fico: fa’ conto che torni in città e ti si para davanti un bischero con un microfono e ti chiede che ne pensi dell’ultima novità, che fai? Gli dici che non sai di che si tratta? E che, vogliamo fare la figura dei barboni?
Vicino a noi una figliola con un culo che fa provincia e con gli immancabili pantaloni a vita bassa: ha visto in televisione “Milanovendemoda” e si è messa le mutande che sbucano come d’ordinanza dalla cintura. Peccato che il babbo deve avergli sottratto il telecomando prima della fine della sfilata e, invece del tanga leopardato, sbuca una Cagi in filo di scozia modello "La nonna di Fantozzi".
Fa niente. Un bischero che se la stropiccia tutta l’ha trovato lo stesso.
Alle sei di sera ancora non abbiamo voglia di ripartire, ma bisogna farci forza, la sauna ci aspetta.
Nessun inchino al commiato, ma solo un franco “ci si rivede”.
E ci puoi scommettere che ci si rivede davvero.
Stavolta esco con un largo sorriso: fanculo alla Guida Michelin.
Le prime settimane al nuovo lavoro sono passate in un lampo. Finalmente ho conosciuto di persona la signora Perfetti, la segretaria del capo. Vederla e ricongiungerne l'immagine con la voce arrochita dal fumo che mi aveva aiutata e sorretta nel processo di organizzazione del trasloco è stato un tutt'uno.
Aspetto curato, capello dal taglio marziale, la signora Perfetti, è, ironia della sorte, l'incarnazione del proprio cognome. A quanto ho potuto vedere finora, è lei a tenere saldamente in mano le redini del dipartimento, il capo si limita ad eseguire gli ordini, silenziosamente consapevole dell'inutilità di eventuali discussioni e ben felice di avere una collaboratrice fidata ed efficiente che gli tenga questioni burocratiche ed interlocutori indesiderati fuori dalle scatole.
Fortunatamente, complici un paio di Marlboro e qualche caffé accompagnati da un po' di sano cicaleccio femminile, sembro aver fatto breccia nel grande cuore che lei accuratamente nasconde dietro alla facciata di donna che non deve chiedere mai, ed ora tutti i segreti del dipartimento sono a mia disposizione.
La signora Perfetti, infatti, è un'istituzione, una specie d'installazione permanente. In servizio ormai da trent'anni, ha visto tanti arrivare ed andar via e sembra essere una fonte inesauribile di aneddoti e pettegolezzi: la sua arma segreta per attirare tutti nel suo ufficio e strappare nuove informazioni è una ciotola, piena zeppa di caramelle e dalle dimensioni a dir poco ipertrofiche, strategicamente posizionata sul suo tavolo. Sempre piena. Attirati come api dal miele, tutti ronzano con aria noncurante intorno alla sua scrivania e, la bocca addolcita dalle caramelle, si lasciano fare il terzo grado senza riuscire ad opporre resistenza.
Forse la signora Perfetti, in qualche modo, non è poi così diversa dalla Viscontessa come credevo all'inizio...
"Madame ha gradito?"
"E lei monsieur?"
Tutto era cominciato tre ore prima: autostrada Serenissima, ore 12:45, 36 gradi la temperatura dell'aria, 75 quella dell'asfalto. La moto é un forno.
Veniamo dal fresco dell'alta Val Brembana e decidiamo di abbandonare quell'inferno di asfalto colante e di chiedere a Katiusha (il nostro ormai famoso navigatore satellitare) di indicarci la via per Modena evitando l'autostrada. L'idea é poi quella di fermarci in una trattoria tipica, magari sotto il fresco di un pergolato, strada facendo.
Katiusha smette il muso che sempre la caratterizza quando la Viscontessa viaggia con me; c'é antipatia fra le due, forse anche un pizzico di gelosia, fatto è che quando la Viscontessa ci accompagna Katiusha fa i dispetti: consiglia di fare inversione ad "U" in piena autostrada, indica di girare a destra per un improbabile sentiero sterrato quando la via giusta é chiaramente quella asfaltata sulla sinistra, e quando si accorge che non le diamo ascolto (sfido) mette un muso lungo così, comunica stizzita che la ricezione del satellite é interrotta e si chiude in un fragoroso mutismo.
Katiusha, dopo averci chiesto di tacere e non seccarla perché sta calcolando, ci indica la strada.
Rinfrancati dal suo apparente buon umore ci azzardiamo a chiederle di indicarci anche un ristorante in zona e la maligna ci consiglia qualcosa di veramente adatto a quarantacinque minuti di distanza: località Canneto sull'Olio.
"Ottimo" cinguetta la Viscontessa, "arriveremo proprio all'ora giusta": i signori, si sa, amano pranzare tardi.
"Tu pensi sempre male di lei, ma é veramente efficiente" osservo io, sollevato. E partiamo.
Katiusha ci guida sicura fra filari di olmi e campi di mais, non fa dispetti, sembra tranquilla, e dopo 45 minuti spaccati ci indica di entrare in un cancello alla nostra sinistra.
Il luogo é splendido, la scritta "Dal Pescatore" ha per me qualcosa di familiare, ma sul momento non realizzo.
Ma é un attimo. Realizzo invece appena il proprietario si fà sorridente sulla porta seguito da due camerieri in smoking; realizzo - eccome - appena entriamo nella sala da appena trenta coperti dove grandi tavoli che alla trattoria della Sora Rosa ospiterebbero comodamente otto persone qui ne accolgono solo due, realizzo osservando l'arredamento raffinato, il tappeto cinese 9 x 9 e le poltrone imbottite (tessuto rigorosamente in tinta con l'incausto delle pareti e con le decorazioni dei piatti) e, soprattutto, realizzo quando, dopo che tre camerieri ci hanno accompagnati al tavolo, arriva il maitre con il Menù. E relativi prezzi.
Insomma realizzo che la delinquente ci ha portati "Dal Pescatore", il ristorante che ormai da vari anni in ogni guida enogastronomica occupa indiscutibilmente il primo posto assoluto fra i ristoranti italiani : il meglio del meglio.
Naturalmente, come in ogni ristorante di questo tipo, la copia del menù delle signore non porta indicazione dei prezzi.
La Viscontessa, che come tutte le vere signore ha una acquisita predisposizione per queste cose, una naturale inclinazione, direi (loro, vere signore ci nascono: non c'é nulla da fare, la classe non é acqua) inizia a ordinare e, disinvoltamente, sceglie in ogni categoria di portate quella che ha il costo maggiore.
E Dal Pescatore, quando si dice "costo maggiore", si intende proprio quel costo prima di affrontare il quale uno telefona al direttore della banca per farsi aggiornare sulla situazione del fido del suo conto corrente.
E va avanti imperterrita, senza sbagliare un colpo che é uno. Inizia con un antipastino da oltre 50 euro e continua di quel passo, con le dovute proporzioni, fino al dessert.
Il maitre sottolinea ogni scelta con discreti gridolini e con compiaciuti sorrisi, inclinando leggermente il capo sulla spalla con manifesti segni di approvazione e, visto che madame se ne intende, di sua iniziativa intervalla vini adatti alle diverse portate. "con questo fois grasse ero certo che madame avrebbe gradito l'abbinamento di questo vino francese nel quale é stato appunto cotto a fuoco lentissimo e così mi sono permesso....." annuncia giulivo portando la bottiglia come il Corpus Domini e reggendola come una reliquia.
Trattengo l'istinto di inginocchiarmi.
Anche perché con il procedere dell'ordinazione io mi son fatto sempre più paonazzo: "il signore mi sembra visibilmente accaldato" garrisce il maligno officiante, scambiando per colpo di sole il mio incipiente colpo al cuore.
Fra una portata e l'altra il proprietario viene al tavolo a conversare amabilmente della sua passione per la moto e di quando quel tal barone tedesco venne in moto fin dalla Germania per pranzare al suo ristorante.
Alla fine, dopo averci fatto gentile omaggio di libri di cucina e di guide enogastronomiche assortite, ci presenta il conto.
Come una formalità di secondaria importanza. La Viscontessa distoglie lo sguardo quasi seccata: lor signori non si curano di certe volgari quisquiglie.
"A la prochene fois" ci saluta sull'uscio con un accenno di amabile inchino.
"Ci conti", rispondo.
"Col cazzo", penso.
Risaliamo in moto.
Madame é visibilmente soddisfatta.
Io ho voglia di piangere.
Katiusha sembra sorridere beffarda.
"Ecco, ho fatto"
Sorride compiaciuta e sudata, mentre guarda la parete finalmente tutta dipinta.
Ha i capelli raccolti in una coda e un sacco di ciuffi che sfuggono al legaccio. E qualche lentiggine in piu' venuta da marte sul naso.
"Sono curiosa di vedere l'effetto del sole, della luce riflessa per la sala."
Spalanca le imposte e le persiane, si siede per terra incorciando le gambe, il busto eretto e la schiena un pochino inarcata chiude gli occhi. Porta in alto il mento e stira tutti i muscoli della parte anteriore del collo, la testa dolcemente tesa a destra bassa sulla spalla e poi fatta rotolare indietro, verso la schiena e poi fino ad arrivare alla spalla sinistra.
Lascia che l'inondazione di luce e colore la investa, mentre il colore le riempie le narici, gli occhi, i polmoni, le orecchie. Lascia che tutto dentro di lei venga ridipinto come la parete che ha di fronte, una iniezione di forza e potenza.
Inspira piu' aria che può, sente l'aria gonfiarle il petto una, due, tre volte.
E' estate.
E' la stagione che richiede lentezza, la stagione in cui e' piu' piacevole invertire il giorno con la notte.
Da qualche tempo qui nel condominio qualcuno coccola le sue insonnie col jazz, tenendo il volume un po' troppo alto per agevolare il flusso dei pensieri. Sento l'urgenza di atmosfere più ovattate e tiro fuori da uno scatolone (già, tre settimane che sono qua ed ancora non ho avuto la forza di spacchettare le tre carabattole che mi sono portata dietro) un cd che non ascolto da tanto tempo: Il "Concierto de Aranjuez", nell'interpretazione di Paco de Lucía. Passo direttamente al pezzo che più mi piace e più si adatta all'umore del momento, l'adagio.
Ecco, le prime note si diffondono nella penombra della stanza e basta che chiuda gli occhi per immaginare di essere nel giardino di Aranjuez. Un pomeriggio estivo in cui il tempo sembra scorrere più lento del solito, come impigrito dal caldo. Siedo sotto ad un albero dalle fronde larghe che proiettano ombre mutevoli sull'erba. La musica passa dalle orecchie giungendo direttamente al cuore, senza passaggi intermedî. Amo lasciar andare i pensieri dove vogliono e limitarmi ad osservarli mentre producono immagini come fuochi d'artificio davanti all'occhio della mia mente. Volti amati, parole dette, o anche solo pensate, si sovrappongono a luoghi, odori, situazioni. Buccia d'arancia amara e fragrante, erba appena tagliata, odore secco di aria estiva, cielo terso e blu, non una nuvola ad interrompere la perfetta continuità del colore. Case basse e bianche, strade polverose. E, da qualche parte, una fontana, no, un ruscello. L'acqua scorre mescolando il suo suono a quello delle note ed è fresca, cristallina, ed il ruscello si gonfia a diventare un fiume. E il fiume attraversa irruente questo pomeriggio estivo e se lo porta via.
Il cielo è diventato nero e all'ombra pomeridiana si è sostituita la luce della luna piena che filtra attraverso la finestra. Io la guardo, sdraiata sul letto, la testa rovesciata all'indietro, attirata da quella luce morbida ed intensa, non riesco a staccare lo sguardo. Tu, sopra di me, ti fermi e guardi nella stessa direzione, incuriosito, e non parli, perché ti ho fatto cenno di tacere, perché non vuoi rovinare quest'attimo così unico, così breve ed irripetibile. La musica è finita. E da quel letto la luna non l'abbiamo più vista. Che sia stato solo tutto un sogno?
MILES DAVIES - my funny valentine - a tutto volume che risuona per il vano scala, e dalle finestre aperte , nonostante la pioggia torrenziale
solo una luce fioca dalla finestra della sala.
aspettando che giunga il sonno.