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C'era un tipo che viveva in un abbaino
Per avere il cielo sempre vicino
Voleva passare sulla vita come un aeroplano
Perché a lui non importava niente
Di quello che faceva la gente
Solo una cosa per lui era importante
E si esercitava continuamente
Per sviluppare quel talento latente
Che è nascosto tra le pieghe della mente
E la notte sdraiato sul letto, guardando le stelle
Dalla finestra nel tetto, con un messaggio
Voleva prendere contatti, diceva:
Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a cercare
Voglio un pianeta su cui ricominciare
Quando mi sono trasferita in questa città seguendo il nuovo lavoro ero tutta emozionata, sì, eccitata, dalla prospettiva di dare inizio a qualcosa di nuovo, di girare pagina nel grosso libro della mia vita e cominciare a scrivere, a vivere, un nuovo capitolo. "Casa nuova, vita nuova", via i legami col passato, tabula rasa.
Una notte il suo messaggio fu ricevuto
E in un istante è stato trasportato
Senza dolore su un pianeta sconosciuto.
Il cielo un po' più viola del normale
Un po' più caldo il sole
Ma nell'aria un buon sapore,
e terre da esplorare
E dopo la terra il mare
Un pianeta intero con cui giocare
E lentamente la consapevolezza
Mista ad una dolce sicurezza
"l'universo è la mia fortezza"
Un pianeta intero con cui giocare… un pianeta intero forse no, ma una nuova casetta da organizzare come mi pare, un lavoro pieno di sfide e nuove responsabilità, una città da scoprire nel tempo libero. La dolce sicurezza, sì, la sicurezza che si ha quando tutte le porte avanti a sé sono aperte, quando il fatto che il futuro sia un'incognita non fa che rivestire il tutto di un alone romantico.
Ma dopo un po' di tempo la sua sicurezza
Comincia a dare segni d'incertezza
Si sente crescer dentro l'amarezza
Perché adesso che il suo scopo è stato realizzato
Si sente ancora vuoto
Si accorge che in lui niente è cambiato
Che le sue paure non se ne sono andate
Anzi che semmai sono aumentate
Dalla solitudine amplificate
Già. Neanche la novità è servita a calmare quel senso di disagio interiore, quel pensiero martellante, ricorrente, che torna quotidianamente a ricordarmi che in realtà non appartengo davvero a nessun luogo. Non a questo, ancora in un certo senso nuovo ed estraneo, non a quelli che mi sono lasciata dietro le spalle, che hanno continuato ad esistere anche senza di me. Sono lì, continuano a fare le stesse cose, la stessa vita, come se non fossi mai esistita.
E adesso passa la vita a cercare
Ancora di comunicare
Con qualcuno che lo possa far tornare, dice:
Extraterrestre portami via
Voglio tornare indietro a casa mia
Extraterrestre vienimi a cercare
Voglio tornare per ricominciare
Voglio tornare. Voglio tornare? Non so. Nulla sarebbe più come prima, o forse sì, ed il solo pensiero che tutto possa essere com'era, così com'era, immutabile, sempre uguale a sé stesso, mi fa tornare subito la voglia di scappare. Tornare per ricominciare. Ma ricominciare che? Comincio a pensare che non sia il luogo in cui ci si trova, il vero problema. Forse il problema sono io ed è qui che devo cominciare i "cambiamenti". Smettere di cambiare casa e cominciare a cambiare il mio modo di vedere le cose…
Extraterrestre portami via
Voglio tornare indietro a casa mia...
Di nuovo domenica, un'altra lunga domenica d'estate che passerò ad attenderti, sapendo che potresti arrivare da un momento all'altro o anche non arrivare mai. La stanza è gonfia di silenzio, un silenzio assordante, che riempie ogni angolo. Tutto il palazzo è insolitamente silenzioso, sembra quasi trattenere il fiato aspettando insieme a me che succeda qualcosa. Mi tengo occupate mani e mente facendo cose insignificanti, gesti ripetuti mille volte, che non hanno bisogno di riflessioni.
Le prime settimane al nuovo lavoro sono passate in un lampo. Finalmente ho conosciuto di persona la signora Perfetti, la segretaria del capo. Vederla e ricongiungerne l'immagine con la voce arrochita dal fumo che mi aveva aiutata e sorretta nel processo di organizzazione del trasloco è stato un tutt'uno.
Aspetto curato, capello dal taglio marziale, la signora Perfetti, è, ironia della sorte, l'incarnazione del proprio cognome. A quanto ho potuto vedere finora, è lei a tenere saldamente in mano le redini del dipartimento, il capo si limita ad eseguire gli ordini, silenziosamente consapevole dell'inutilità di eventuali discussioni e ben felice di avere una collaboratrice fidata ed efficiente che gli tenga questioni burocratiche ed interlocutori indesiderati fuori dalle scatole.
Fortunatamente, complici un paio di Marlboro e qualche caffé accompagnati da un po' di sano cicaleccio femminile, sembro aver fatto breccia nel grande cuore che lei accuratamente nasconde dietro alla facciata di donna che non deve chiedere mai, ed ora tutti i segreti del dipartimento sono a mia disposizione.
La signora Perfetti, infatti, è un'istituzione, una specie d'installazione permanente. In servizio ormai da trent'anni, ha visto tanti arrivare ed andar via e sembra essere una fonte inesauribile di aneddoti e pettegolezzi: la sua arma segreta per attirare tutti nel suo ufficio e strappare nuove informazioni è una ciotola, piena zeppa di caramelle e dalle dimensioni a dir poco ipertrofiche, strategicamente posizionata sul suo tavolo. Sempre piena. Attirati come api dal miele, tutti ronzano con aria noncurante intorno alla sua scrivania e, la bocca addolcita dalle caramelle, si lasciano fare il terzo grado senza riuscire ad opporre resistenza.
Forse la signora Perfetti, in qualche modo, non è poi così diversa dalla Viscontessa come credevo all'inizio...
Da qualche tempo qui nel condominio qualcuno coccola le sue insonnie col jazz, tenendo il volume un po' troppo alto per agevolare il flusso dei pensieri. Sento l'urgenza di atmosfere più ovattate e tiro fuori da uno scatolone (già, tre settimane che sono qua ed ancora non ho avuto la forza di spacchettare le tre carabattole che mi sono portata dietro) un cd che non ascolto da tanto tempo: Il "Concierto de Aranjuez", nell'interpretazione di Paco de Lucía. Passo direttamente al pezzo che più mi piace e più si adatta all'umore del momento, l'adagio.
Ecco, le prime note si diffondono nella penombra della stanza e basta che chiuda gli occhi per immaginare di essere nel giardino di Aranjuez. Un pomeriggio estivo in cui il tempo sembra scorrere più lento del solito, come impigrito dal caldo. Siedo sotto ad un albero dalle fronde larghe che proiettano ombre mutevoli sull'erba. La musica passa dalle orecchie giungendo direttamente al cuore, senza passaggi intermedî. Amo lasciar andare i pensieri dove vogliono e limitarmi ad osservarli mentre producono immagini come fuochi d'artificio davanti all'occhio della mia mente. Volti amati, parole dette, o anche solo pensate, si sovrappongono a luoghi, odori, situazioni. Buccia d'arancia amara e fragrante, erba appena tagliata, odore secco di aria estiva, cielo terso e blu, non una nuvola ad interrompere la perfetta continuità del colore. Case basse e bianche, strade polverose. E, da qualche parte, una fontana, no, un ruscello. L'acqua scorre mescolando il suo suono a quello delle note ed è fresca, cristallina, ed il ruscello si gonfia a diventare un fiume. E il fiume attraversa irruente questo pomeriggio estivo e se lo porta via.
Il cielo è diventato nero e all'ombra pomeridiana si è sostituita la luce della luna piena che filtra attraverso la finestra. Io la guardo, sdraiata sul letto, la testa rovesciata all'indietro, attirata da quella luce morbida ed intensa, non riesco a staccare lo sguardo. Tu, sopra di me, ti fermi e guardi nella stessa direzione, incuriosito, e non parli, perché ti ho fatto cenno di tacere, perché non vuoi rovinare quest'attimo così unico, così breve ed irripetibile. La musica è finita. E da quel letto la luna non l'abbiamo più vista. Che sia stato solo tutto un sogno?
È caldo, oggi, è caldo fuori, è caldo dentro, è così caldo che persino i pensieri mi si sciolgono nella mente e si mescolano tutti fra loro a formare una brodaglia tiepida e indistinta.
Le veneziane che ho comprato ieri (chissà se piaceranno al tipo che abita di fronte?) proiettano righe sulla parete opposta alla finestra, ancora spoglia: le osservo pigramente sdraiata sul divano, ogni tanto stendo languidamente una gamba e lascio che la luce ci giochi. Non sono in grado di fare di più, con questo caldo opprimente che non mi dà tregua, niente di più che sonnecchiare come una gatta e sperare che la sera porti un soffio d'aria. Una goccia di sudore che mi s'insinua nella scollatura mi porta per un attimo lontano col pensiero e mi distrae da questo apatico pomeriggio di domenica riportandomi alla mente una bocca che appartiene al passato, un'altra estate, un'altra città, un'altra vita.
Un'altra vita. Quasi mi viene da dire: un'altra persona.
Eccomi qua sola soletta nella mia nuova mansardina. Piccola, accogliente, una finestra che guarda sui tetti della città. Se non fosse che poco fa mi è sembrato di sentire qualche rumoretto provenire dal soffitto (?) e di vedere come un'ombra scura svolazzare direttamente sotto al soffitto potrei pure sentirmici a mio agio. Ma sono troppo stanca per pensarci e probabilmente le ombre ed i rumori sono solo frutto della mia immaginazione.
È stata brava, la signora Perfetti, a trovarmi questa sistemazione così in fretta. Due telefonate e via. Credo sia amica di quella tipa un po' eccentrica del piano terra che si fa chiamare Viscontessa. Quella che mi ha aperto la porta solo dopo la terza scampanellata e che, prima ancora di salutarmi, mi ha squadrata da capo a piedi tenendo la sigaretta languidamente a penzoloni da un lato della bocca. Bella donna, però. Credo non le siano piaciute le mie scarpe. Certo che anche le sue pantofoline a punta di raso rosso a fare pendant con la vestaglia... Mah!
Non so che abbiano da raccontarsi la signora Perfetti e questa qua, ma l'importante è aver trovato quest'angolino tutto per me.