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sabato, 02 luglio 2005
digiuno del corpo nutrimento della carne

Prendimi così come sono.
Niente di buono, non posso prometterti amore e forse neanche un
ricordo, solo carne che in questo momento ha bisogno di essere colmata
e anima da violentare perché il tuo cazzo penetri ogni mio ricordo e
stordisca ogni mia cellula fino ad esaurirla.
Non voglio sapere neanche chi sei, dimmi solo che posso appoggiarmi lì
e osservare il mondo che passa fuori dalla finestra mentre tu mi fai
divaricare le gambe e lasci che i tuoi occhi scendano senza fretta tra
le mie natiche e si posino sul quel ciuffo di peli che tu fari
sbocciare come una rosa.
La vedi la mia rosa? Guardala, è carne, carne viva che pulsa, toccala,
è calda e morbida, assaggiala, ha il sapore della vita che diffonde la
sua linfa nella tua bocca avida. Bevimi, porta via da me tutto quello
che puoi, perché lei te ne sarà riconoscente e si aprirà a te
dissetando ogni tuo desiderio.

Il traffico scorre là di sotto, sento il suo rumore penetrante e la
tua lingua che cerca gli anfratti più bui e scuri del mio fiore rosso,
aperto e pronto a esplodere tra le tue labbra. Ma non è questo, non è
questo che voglio, non voglio essere goduta da te, non voglio essere
fiore e non voglio essere vita.
Mi giro rapidamente e mi accorgo che quel fiume caldo che scorre dalle
mie gambe ti ha bagnato il volto, un volto che non conosco e che non
mi interessa.
Sostanza, piccolo, chiunque tu sia dammi la tua sostanza, riempimi le
mani e la bocca con la tua sostanza, accomodati tra le mia labbra,
scopami la bocca, seguirò con la lingua i tuoi movimenti, avvolgerò la
tua sostanza fino a quando le mie premure non avranno imparato a
conoscere ogni vena, ogni angolo, ogni cellula del tuo cazzo. Voglio
adorare il tuo cazzo, e raccontarlo con le mie mani a quel fiore mi
esplode tra le gambe, gli parlerò di te, pulserò con te, mi muoverò
con te…..

Adesso, piccolo, adesso perché non posso più aspettare.
Prendimi da dietro, infilami, impalami, inchiodami al tuo cazzo,
incastrami con lui perché non possa più scapparti, non darmi scampo,
non fermarti, non ascoltarmi, non guardarmi, scopami e basta, scopami
senza rispetto, senza amore, senza tempo.
Ti implorerò di continuare fino a quando avremo fiato per urlare.
Riempimi di te e il mio fiore di abbraccerà in uno spasimo di affetto
infinito. Un brivido d'amore.

Ti terrò dentro tutto il tempo che posso.

Postato da: Viscontessa a 23:04 | link | commenti (5) |
venerdi

venerdì, 24 giugno 2005
gelato all'amarena

Pensavo al gelato.
Non ti conosco ma pensando al gelato, in questa giornata terribilmente afosa, mi sei venuto in mente tu e i tuoi jeans stretti, caldi, avvolgenti.
Ti dicevo quindi che pensavo al gelato, ti immaginavo sdraiato sul letto a torso nudo e io accanto con un grosso cucchiaio di gelato all’amarena infilato in bocca e all’improvviso un’amarena da appoggiare sul tuo ombelico.
Hai mai mangiato un’amarena collocata in un ombelico? Morsi piccoli, mani ferme, respiro affannoso.
A volte è un lavoro di lingua, quando l’amarena si rompe e frammenti rosso vermiglio si insinuano tra la carne, bisogna essere rapidi per non lasciar sciogliere il gelato.
E ora assaggia, metti in bocca un po’ di gelato e poi baciami qui sul collo e poi scendi fino a quando la lingua si riscalda e avrai ancora bisogno di gelato per rinfrescarla.
Metti una sera a cena, metti un gelato all’amarena che scivola dal cucchiaio e si insinua nella mia scollatura, metti che tu voglia pulirmi, metti che la camera da letto sia vicina e il gelato ci segua, metti che tu vada in cerca di quel gelato con la lingua, metti che quello impertinente scivoli sempre più basso e finisca un attimo prima che io trovi quell’amarena da depositarti sull’ombelico.
Metti che il gelato sia morbido, fresco, appetitoso.
Metti che i jeans siano insopportabili.
Metti il gelato sul cazzo che ho fame.
E lascia che si sciolga e coli più in basso dove ho appoggiato la mia lingua, partirò dal lì sotto e mi disseterò e mi sfamerò della tua carne fino alla vetta pulsante del tuo cazzo rosso come un’amarena.
Metti una sera cena, metti un gelato all’amarena, mettimi in bocca la tua amarena.
Io ti rinfrescherò come un gelato.

Postato da: Viscontessa a 19:22 | link | commenti (3) |
venerdi

venerdì, 17 giugno 2005
L'aperitivo della viscontessa


Avevo messo delle pizzette nel forno, le avevo comprate surgelate diverso tempo fa per via della confezione colorata e della dimensione della scatola: era perfetta per un buco che avevo nel carrello.
Poi avevo tirato fuori delle olive, delle grosse olive verdi dalla polpa succosa e la circonferenza perfetta, quindi cipolline e funghetti sottolio e cetriolini sotto aceto.
Un campari con una fetta d’arancio e del ghiaccio, appena ha varcato la soglia di casa gliel’ho messo in mano e ho appoggiato la mia bocca sulla sua, ho aperto le labbra e non appena ho sentito la sua lingua in cerca della mia gli ho passato la grossa oliva verde che tenevo nascosta nella mia bocca. Lui non è sembrato affatto stupito così mi sono irritata e sono andata con la lingua a ricercare ciò che mi apparteneva, gengive, denti, labbra e lingua, ho cercato ovunque ma l’oliva non l’ho trovata.
Le pizzette nel forno nel frattempo si sono bruciate e richiamata dal puzzo di tignosa mozzarella carbonizzata, sono corsa via.
Mi ha raggiunto e mi ha baciata nuovamente, questa volta sembrava un bacio vero, un bacio di quelli che si attorcigliano umidi intorno alla bocca, un bacio con la lingua morbida e curiosa ma quando la sua lingua è arrivata a toccarmi le corde dell’anima, mi è spuntata in bocca una cipollina, una piccola e aspra cipollina che ha riempito il palato di brividi rapidi e succosi.
Così abbiamo preso l’aperitivo, senza parlare e senza mani, solo le nostre bocche tra cetriolini morsicchiati e cubetti di ghiaccio che scivolavano tra la mia scollatura e il suo calore.
Carponi sul tavolo abbiamo frugato nelle piccole ciotole di cristallo come cani affamati. Abbiamo leccato e succhiato e assaporato ogni goccia e ogni briciola di noi e del cibo.
Quindi ha preteso che pulissi i bicchieri  con la lingua, li ha voluti lucidi e radiosi come me.
Poi, per la prima volta nel corso di quel lungo pomeriggio, ha usato la bocca per parlare “sei stata molto brava, adesso puoi venire a prenderti il tuo premio”.
E io sono corsa tra le sue gambe.

Postato da: Viscontessa a 16:16 | link | commenti |
venerdi

venerdì, 10 giugno 2005
la maionese della viscontessa

Ho tirato fuori le uova dal frigo e ho preso la bottiglia dell’olio extra-vergine d’oliva.
Volevo fare la maionese, volevo farla a mano con il mestolo di legno, volevo lavorarla e farla montare fino a renderla soffice e gustosa al palato.
Per non farla impazzire bisogna avere la mano buona, il movimento deve essere circolare e costante, mai invertire il senso di rotazione e mai cambiare ritmo al movimento.
L’olio a filo, lo amalgami un po’ per volta e poi  ne aggiungi altro. Lentamente.
Il risultato è più sicuro se le uova sono a temperatura ambiente, il freddo le inibisce, devi aspettare che si scaldino.
Mi sono seduta ad aspettare.
- cosa fai?
- Aspetto. Con le uova bisogna avere pazienza.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Si è avvicinato e si è sbottonato i pantaloni. Lui non ha pazienza – ho pensato e tanto lui mi ha messo una mano sulla nuca.
Non ho detto niente, ho fatto quello che dovevo fare. Gli tiro giù le mutande e lo prendo in bocca.
Movimenti lenti e circolari, ritmo variabile in attesa che le uova si scaldino.
Ci vuole la mano ferma – ho pensato e tanto lui mi ha scopata in bocca con quel suo mestolo di legno mentre le uova si scaldano.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Ho invertito il senso di rotazione della lingua diverse volte e lui è impazzito.
- adesso basta, le uova sono calde
- aspetta – ha detto lui e tanto io mi sono alzata e sono andata a preparare la maionese.
Ho diviso i bianchi dai gialli, ho rotto le uova e le ho passate da un guscio all’altro fino a quando l’albume filamentoso ha abbandonato il tuorlo.
- cosa fai?
-  Pulisco le uova.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Poi ho messo un filo d’olio e ho cominciato a lavorare i tuorli. Movimenti lenti e regolari, la spalla immobile, la spinta arriva dal bacino, ogni giro completo del mestolo, un giro completo del bacino.
Per far lavorare il polso è ancora troppo presto.
- cosa fai?
- Ti scopo – e ha spostato la ciotola con la maionese un po’ più in là in maniera che dovessi inchinarmi per
raggiungerla e lavorarla.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Mi ha tirato su la gonna e mi ha tolto le mutande mentre la maionese montava e il ritmo prendeva la sua regolarità.
Il ritmo l’ho deciso io, ogni circolo del mestolo un colpo, ogni movimento del bacino un affondo.
Un filo d’olio per amalgamare, un giro del bacino per accogliere.
Abbiamo lavorato la maionese fino a quando è diventata gonfia, enorme e scivolosa. Il mestolo di legno impregnato del suo umore, la chiusa vicina, bramata, urlata.
Poi il silenzio.
- cosa fai?
- Ora tocca a te lavorare i bianchi – e mi sono girata inginocchiandomi di fronte a lui. I bianchi sono più semplici,
basta sbatterli con vigore per pochi minuti. Ho assaggiato la mia maionese mentre lui sbatteva con la forchetta gli albumi. Movimento di polso, il polso scivola dando il ritmo alla mano, movimenti rapidi e profondi.
Poi ho sentito che il composto era pronto, l’ho sentito duro e gli ho detto si smettere.
- cosa fai?
- Metto il tuo bianco nella mia maionese – e l’ho preso nuovamente in bocca un attimo prima della sua chiusa.
Copiosa, bramata, urlata.
Poi nuovamente il silenzio.
- cosa fai?
- Amalgamo gli ingredienti – e l’ho fatto inginocchiare tra le mie gambe perché assaggiasse la mia maionese con la sua lingua.
Gli albumi vanno amalgamati con molta attenzione, delicatamente e avendo cura di accarezzare ogni angolo della ciotola affinché i tuorli accolgano gli albumi con entusiasmo. La forchetta deve fare un buon lavoro e solo quando il composto sarà diventato soffice e spumoso, si può dire che la maionese sia pronta.
Un goccio di aceto balsamico tra le gambe ha concluso l’opera.
Poi il rumoroso silenzio del riposo.

Postato da: Viscontessa a 16:04 | link | commenti (5) |
venerdi